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Fabio Accurso, liuto
Giorgio Pacorig, Fender Rhodes
Veniero Rizzardi, regia sonora

un incontro a distanza tra Morton Feldman e Michelangelo Pistoletto, da ascoltare guardando in alto, riflessi sulla Mitteleuropa degli “Skies” di Pistoletto

In collaborazione con DRAMSAM – Centro Giuliano di Musica Antica e il Centro d’Arte degli Studenti dell’Università di Padova

Note di Regia 

di Veniero Rizzardi

Il cielo specchiato del salone di Palazzo Lantieri questa sera riflette gli sguardi dei presenti, ma anche dei loro ascolti; e gli ascolti di altri ancora, che sono fisicamente assenti. Qui proviamo a fare incontrare esperienze che hanno avuto tra loro affinità profonde, ma che si sono più volte soltanto sfiorate, e finora non hanno dato luogo agli sviluppi che avrebbero potuto avere.

 Il prologo risale a quarant’anni fa. Nei primi mesi del 1982 si tenne a Rimini Sonorità Prospettiche, una mostra e una rassegna di installazioni e performance, con un totale di oltre settanta artisti invitati. Il gruppo dei curatori era formato da quattro giovani, tra cui chi scrive. Volevamo mettere insieme e a confronto artisti provenienti dalla musica o dalle arti visive che cercavano ciascuno a suo modo di istituire nuovi rapporti creativi tra suono e ambiente. Avevamo intuito che occorreva prendere atto dell’esistenza di pratiche artistiche miste, che solo molto più tardi sarebbero state categorizzate collettivamente come sound art, un’espressione verbale che non esisteva ancora.

Date queste premesse, ognuno di noi si era anche impegnato a individuare, tra gli artisti con cui aveva già un contatto personale o professionale, quelli che potevano essere stimolati da una proposta del genere, anche se non avevano ancora dimostrato di volercisi arrischiare.

 

Da pochi anni avevo iniziato a curare, con molto giovanile entusiasmo, i concerti del Centro d’Arte dell’Università di Padova, dove, nel 1979, mi era riuscito di assemblare una rassegna di nuove musiche un po’ diversa dalle consuete rassegne di musica contemporanea. Tra gli artisti invitati c’era Morton Feldman, con cui si era stabilito da subito un rapporto amichevole. Ci si scriveva, ogni tanto ci si telefonava. Conoscendo l’importanza che avevano avuto le arti visive per il suo sviluppo come compositore, decisi, ingenuo e fiducioso, di invitarlo a Sonorità prospettiche. Gli esposi l’idea al telefono. Esitò un attimo, poi mi disse che non aveva intenzione di impegnarcisi in prima persona, però suggeriva di coinvolgere Michelangelo Pistoletto, che aveva realizzato le scene della sua opera Neither, da Samuel Beckett, a Roma del 1977.

 

Ricordo che mi disse proprio così: “Ask Pistoletto to do something with my music in mind”. Rimasi un po’ deluso, anche perché nella mia inesperienza di allora non sapevo proprio come arrivarci, a Pistoletto, e l’idea cadde. Chissà, forse se avessi insistito, Feldman mi avrebbe aiutato e oggi sul catalogo dei due artisti ci sarebbe un’opera in più.

A distanza di tanto tempo l’installazione di Pistoletto a Palazzo Lantieri ospita una reminiscenza di quella collaborazione a distanza mai realizzata. Sotto gli Skies di Pistoletto, mappa della Mitteleuropa, si realizza un gioco di specchi anche sonoro: una musica che riflette lo sfondo (senz’altro mitteleuropeo) della musica molto ‘americana’ di Feldman, ambientando il materiale musicale di un suo pezzo a sua volta basato sui riflessi e i riverberi, ossia Piece for Four Pianos (1957), dove, come da istruzioni, i quattro pianisti leggono ciascuno legge la stessa parte, ma la eseguono secondo un tempo proprio, creando sfasature irregolari basate su un ‘respiro’ individuale. Il materiale sonoro oggi proviene da uno strumento, il piano Rhodes, che Feldman non ha mai impiegato, ma che è molto affine al suo mondo espressivo. La partitura di Piece for four pianos viene così realizzata a partire da un unico strumento e moltiplicata nello spazio dalla regia sonora. Ma questo è solo l’inizio di un gioco di altri riverberi e rispecchiamenti, reali e figurati, in particolare tra la musica di Feldman e quella di altri compositori come Luigi Nono, che si realizza indirettamente per affinità – nascoste sotto un’apparente reciproca incomprensione – per mezzo di dispositivi musicali e citazioni incrociate, una delle quali risale nientemeno che a Giuseppe Verdi. E da qui si torna ancora più indietro nel tempo, nel passato remoto in cui viene evocato un altro mondo sonoro per mezzo del liuto, uno strumento che abitava naturalmente luoghi come questo salone delle feste.

Le relazioni tra musiche, strumentazioni, riferimenti poetici alla base del lavoro sono tutte basate su qualche forma di corrispondenza e di simmetria imperfetta, un concetto del resto molto caro a Feldman. Il pubblico si dispone in modo da favorire una partecipazione rilassata e confidente, e una visione ‘verticale’ che corrisponde all’ascolto dei pensieri verticali di Feldman.

 

Veniero Rizzardi


★ Ingresso libero con prenotazione obbligatoria, fino a esaurimento posti.

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